documenti dello spazio

sotto mettiamo la documentazione raccolta dello Spazio Liberato Ex Breda Est (le immagini sono tratte dalla tre giorni “Antipodi”)

Farsi candidi come volpi e astuti come colombe. Confondere le piste, le identità. Avvelenare i pozzi.

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13. La classe a venire · Novembre 2007

Centri Sociali contro la metropoli


di
Marcello Tarì

Fuori dalla teoria, dentro l’esperienza

A differenza di molte altre esperienze alternative, quella dei Centri Sociali Occupati – che in Italia ha avuto una ampiezza senza pari rispetto agli altri paesi europei – non è stata mai analizzata in modo approfondito e sistematico dal pensiero radicale nostrano. Ciò che per certi versi è stato un bene, poiché la sperimentazione pratica, l’invenzione di nuove forme di vita, l’autonomo determinarsi dei luoghi in relazione ai bisogni e ai comportamenti soggettivi degli attivisti e delle persone “qualunque”, è stata la cifra specifica di questa esperienza fondamentale nella costruzione delle forme di organizzazione del proletariato postfordista. Il silenzio della “teoria organizzata” in relazione alla fenomenologia delle forme di organizzazione alternativa della società spesso è sintomo non tanto di una mancanza di interesse ma di una cronica incapacità, o semplicemente della inettitudine dellà italiana, a misurarsi con il movimento reale, o meglio a essere dentro di esso. Quando non significhi pavidità, ovviamente. Al limite si può sostenere che sono i Centri Sociali ad aver utilizzato i saperi maggiori: appropriandosene, subordinandoli ad iniziative di base e costringendoli a uno scomodo confronto dentro un ambiente molto diverso da quello delle aule universitarie e dei convegni “all inclusive”, e non c’è dubbio che molti intellettuali ne abbiano tratto degli insegnamenti importanti.

Si è sviluppato nel tempo, invece, un sapere minore dei Centri Sociali, un groviglio di saperi locali in senso foucaltiano, che intreccia filosofia pratica e carpenteria da campo, architettura selvaggia e culinaria di sopravvivenza, tecniche di guerriglia postmoderna e pratiche di affettività comunitarie. Un sapere irregimentabile, sempre in corso d’opera, che difficilmente si presta alla tentazione tassonomizzante delle scienze sociali oppure alla ricerca di costanti e regolarità della scienza politica. D’altronde neanche il luogo fisico dentro il quale si materializza il Centro Sociale nel contesto urbano è una costante: dopo uno sgombero, esso può apparire da un’altra parte della città rimanendo in qualche modo e allo stesso tempo l’identico Centro Sociale, così come pur rimanendo nello stesso luogo esso può diventare altra cosa, nel bene e nel male. L’assenza della teoria organizzata in ogni caso non ha affatto pregiudicato la crescita intellettuale interna ai luoghi occupati, anzi ne ha facilitato la produzione di una pluralità di discorsi autonomi, a partire da quelli sviluppatisi intorno alle tematiche del precariato, delle nuove tecnologie, dell’uso alternativo del territorio e della sperimentazione di forme inedite di cooperazione. In fin dei conti l’opacità della struttura intima dei Centri Sociali, dovuta anche alla mancanza di una teorizzazione esplicita, non li ha affatto danneggiati, tutt’altro, forse ha alimentato una mitologia spesso infondata (come tutti i miti, d’altronde). In tutti i casi ciò che è opaco per alcuni, è del tutto chiaro per altri; per altri ancora invece quell’opacità è un sintomo criminogeno (quando il potere non comprende un fenomeno, lo sappiamo bene, lo assegna alla sfera del diritto penale).

Per altri versi, l’assenza di una riflessione dotata di una certa solidità ha influito non solo nella sottovalutazione della loro importanza nella mappa politica della metropoli contemporanea, ma anche nell’apprezzamento delle cicliche crisi che i Centri Sociali stessi attraversano, tutte legate in modo stringente alla modificazione della composizione sociale e a quelle dei territori; trasformazioni vissute tanto a livello produttivo e antropologico, quanto politico ed ecologico – quando si intenda con questa nozione «la produzione di esistenza umana nei nuovi contesti storici», per citare Felix Guattari.

Un Centro Sociale offre in verità materia di riflessione tanto ai filosofi che agli urbanisti, agli antropologi, agli artisti e a chiunque voglia imparare qualcosa di interessante sulla produzione di una soggettività alternativa, ma soprattutto costituisce uno spazio di attraversamento dentro il quale scorrono contemporaneamente una molteplicità di linee di esperienza vivente che promanano direttamente dai flussi metropolitani e lì tornano, trasformati. Interrogarsi su questi flussi, organizzarli in modelli interpretativi tendenti all’azione, vuol dire indagare le forme in cui si danno oggi le possibilità di conflitto radicale e della sua organizzazione dentro le metropoli europee. Se in Italia, infatti, la lunga e fitta storia dei Centri Sociali ha una sua irriducibile specificità è vero anche che negli altri paesi europei esperienze simili, comunitarie e illegaliste, sono presenti e producono oggi lotte, resistenza e forme di vita.

La macchina dei flussi

Un Centro Sociale è una macchina biopolitica molto complessa; al contrario di quanti molti pensano, infatti, non si tratta solamente della gestione di uno spazio fisico per dare sfogo alle controculture, e nemmeno si tratta di una versione ammodernata delle vecchie sedi politiche. Certamente contiene anche queste determinazioni, ma le eccede abbondantemente.

Innanzitutto un Centro Sociale è l’incontro di un desiderio comune che, passando attraverso una forza comune (ci vuole forza per occupare e resistere), crea uno spazio comune dove svolgere delle esperienze; uno spazio regolato da norme non scritte condivise nelle assemblee, quotidianamente messe alla prova e nel caso cambiate istantaneamente. Certo, una attenzione maggiore al “metodo” della creazione delle norme e quindi delle forme di decisione sarebbe probabilmente molto utile, non per formalizzare l’informale – che anzi è la ricchezza di questi luoghi – bensì per approfondire e allargare la sperimentazione politica che dai Centri Sociali si irradia nel territorio e, non da ultimo, perché la ricerca della “democrazia assoluta” comincia sempre dalla messa in discussione delle proprie abitudini. Non bisogna poi dimenticare che la maggioranza di coloro che gestiscono o frequentano i Centri Sociali sono giovani e giovanissimi e la maniera nella quale essi discutono e praticano l’autogestione è dunque parte fondamentale del processo di soggettivazione che decide della loro militanza, quindi un certo anarchismo pedagogico è forse il modo migliore di creare i presupposti per il libero apprendimento del vivere in comune e specialmente per permettere a ciascuno l’espressione della propria singolarità. In secondo luogo ogni Centro Sociale, nonostante abbia molte cose in comune con tutte le altre esperienze, è una differenza. Con questo si vuole dire semplicemente che non è possibile pensare ad un modello unico e ripetibile in tutto e per tutto, poiché le variabili che ogni singolo organismo “Centro Sociale” presenta dipendono dalle variabili del territorio in cui nasce e si sviluppa, oltre che dalle persone che lo fanno, per cui il comune che ogni Centro mostra di avere con gli altri Centri dipende dal fatto che la forma metropoli presenta, politicamente e produttivamente, molti elementi omogenei ma, allo stesso tempo, ogni singolo territorio possiede una storia e una antropologia politica che agisce sulla soggettività in maniera laterale magari, ma comunque effettiva. Persino la maniera di porsi al “pubblico”, le relazioni interne ed esterne al Centro, il modo di gestire lo spazio interno, dipendono meno dalla sua conformazione fisica che dalla disposizione antropologica dei suoi occupanti e della storia di ciò che lo circonda e attraversa. Non è indifferente che un Centro Sociale sorga nel mezzo di un’area industriale o in un centro storico, nel mezzo di flussi immateriali oppure nel cuore della periferia meticcia, certo è però che ognuno di loro è capace di mettere in comunicazione tutti questi ambienti tra di loro per farne qualcos’altro. Se vi è qualcosa di notevole nell’impatto di un Centro Sociale su di una metropoli è proprio nell’invenzione che questo fa di un territorio e nella sua continua modificazione ma anche, indirettamente, nella spinta ad inventarne altri da parte di altre esperienze – un’attività, la produzione di altri territori, che è tra le più fastidiose per il potere il quale, per esercitarsi, ha una necessità vitale di conoscere il territorio per dispiegare il controllo sulle forme di vita.

In terzo luogo, ogni esperienza segue itinerari propri dentro la vicenda storica complessiva delle occupazioni dei Centri Sociali. Le variabili, sebbene non siano infinite, rispondono alle molteplici genealogie di movimento che ogni esperienza contiene e sebbene, anche qui, tutti i Centri Sociali possano in qualche modo essere ascritti ad una storia comune che corrisponde all’Autonomia non è indifferente il “ceppo” dal quale si sono originati, presentando differenze notevoli anche in uno stesso territorio. Non è certamente una entelechia ciò di cui si sta parlando, anzi la vera scommessa sta nella scoperta di altre storie nate all’interno dell’altro movimento operaio e nell’affermazione di una differenza dell’attualità rispetto al presente come al passato. A proposito di ciò, pur comprendendo il desiderio di alcuni di noi di appropriarsi ad esempio delle antiche camere del lavoro, credo che ogni generazione abbia necessità di appropriarsi o costruire ex novo i propri luoghi così come, si diceva una volta a proposito della Resistenza e della continuità con le lotte negli anni ’60 e ’70, le “armi” della rivoluzione non passano mai di padre in figlio ma ogni volta si vanno a prendere lì dove sono, al limite inventandole. In ogni caso i Centri Sociali sono già in buona parte le nuove camere del proletariato postfordista: senza alcun bisogno di restaurarne una rappresentanza generale, essi si pongono come ineludibili nodi organizzativi di ogni claims che sorge dalla moltitudine. Il Centro Sociale è allora un luogo fisico e temporale di incontro e di trasformazione dei flussi; quelli stessi che la governance metropolitana cerca di intercettare, ordinare e mettere a valore produttivamente e politicamente ma che, in quel punto di crisi, subiscono una modificazione che li stravolge e li piega in modi inattesi, a volte intempestivi, sempre alterizzanti. Il Centro Sociale non governa i flussi, per intenderci, anzi li chiama e li attrae tutti a decidere della propria ingovernabilità.

La marcia verso il centro: Ungdomshuset resiste!

Oggi, primavera del 2007, il panorama generale dei Centri Sociali in Italia non è in nulla simile a quello di 15-20 anni fa, l’epoca della loro massima espansione.

La prima cosa che salta agli occhi è che essi non sono più, in alcun modo, i resti dell’antagonismo degli anni ’80; un periodo eroico di resistenza alla trasformazione capitalistica ma del tutto superato, politicamente e antropologicamente.

La transizione postfordista è conclusa, la nuova composizione tecnica e sociale di classe ha assunto fattezze riconoscibili e durature, le metropoli costituiscono oramai il luogo generale della produzione così come la fabbrica lo era nella modernità, le culture urbane si sono moltiplicate mentre una omogeneizzazione di comportamenti soggettivi è verificabile a livello europeo.

L’insorgenza esemplare di Copenaghen contro lo sgombero e la distruzione dell’Ungdomshuset nello scorso inverno, le lotte diffuse per costruire altri centri sociali e difendere quelli storici, la capacità di organizzazione delle lotte territoriali di questi atelier metropolitani della sovversione ma, anche, la ricerca di nuove forme di vita tendenti all’esodo (comuni, giardini e orti comunitari, squat multifunzionali, etc.) sono tutte determinazioni che mostrano come gli spazi sociali liberati siano sempre più al centro dello spazio metropolitano. E siccome i Centri Sociali sono tradizionalmente collocati in spazi periferici – non tanto in senso geografico ma “semantico” e “politico” – questa marcia militante verso il centro sta sovvertendo il tradizionale movimento che da questo va verso la periferia in quanto vettore di ordine e produzione, ma rompe anche quell’effetto di inglobamento della periferia da parte del centro che spesso avviene in forme striscianti e apparentemente inoffensive (almeno all’inizio), come la gentrificazione delle zone proletarie e popolari e/o dei quartieri alternativi, o meglio di quelle zone metropolitane in cui – tramite le lotte – si sono affermate forme di vita basate in gran parte sul valore d’uso e sul rifiuto del lavoro. Spesso l’aggressione totale da parte del potere capitalistico è preceduta dall’invasione, prima sporadica e nomade e poi stanziale e continua, di quella che alcuni definiscono come creative class la quale, in realtà, è una composizione sociale che crea enormi occasioni di profitto per il capitale e ampi spazi di corruzione delle forme di vita autonome. Per favore, tenete lontani i “creativi”! Infatti, a ben guardare, a questa nuova qualificazione degli spazi sociali autorganizzati corrisponde l’attacco che il capitale, in ogni sua forma, sta conducendo massicciamente nelle metropoli europee: sotto la dizione neutra di riqualificazione urbana, in tutta Europa gli agenti della rendita capitalistica stanno mettendo a ferro e fuoco le città, cercando di evacuare e/o distruggere tutte le esperienze autonome e antagoniste. Attenzione, non quelle semplicemente “alternative”- che possono anche risultargli utili nella messa a valore di un territorio – bensì quelle non sussumibili, quelle che oltre a essere luoghi dove si fa cultura più o meno alternativa, si determinano come spazi di organizzazione autonoma delle lotte metropolitane. Per riprendere l’esempio di Copenaghen, mentre Christiania ha trovato un accordo col (sotto il) potere pubblico, le persone legate all’Ungdomshuset sono state violentemente represse e continuano la mobilitazione per le strade. Si è prodotta così la più grande ondata di movimento che in Danimarca si sia mai vista: l’Ungdomshuset è ovunque, sebbene sia stato raso al suolo.

In questo senso, non basta essere un Centro Sociale per essere un nodo del contropotere moltitudinario: bisogna divenirlo, continuamente. In Italia, vi sono alcuni Centri Sociali (a partire dal più famoso, il Leoncavallo) che magari riescono ancora a costruire qualche iniziativa controculturale ma che sono oramai legati mani e piedi a una politica istituzionale che li pone in un’altra dimensione del politico rispetto a quelli che resistono e si sviluppano su di una ipotesi di conflitto autonomo. E non perché i Centri Sociali siano impolitici (secondo la definizione che la sinistra di governo ha dato recentemente di ogni sensibilità extraparlamentare) bensì per la loro intima vocazione all’invenzione di un politico irriconoscibile/irricevibile dai gestori contemporanei del consenso.

È vero anche che ve ne sono alcuni che scambiano questa ipotesi per una vocazione al minoritarismo e alla chiusura, ma nella stragrande maggioranza i Centri Sociali sono disposti lungo l’ordinata dell’autonomia metropolitana, in un continuo intrecciarsi con i flussi di intelligenza, di sovversione, di soggettività e di insorgenza di cui il nostro tempo è colmo. Costruire la propria presenza conflittuale in un territorio, infatti, per un Centro Sociale significa porsi come potenza alternativa, istituzione proletaria finalizzata all’organizzazione e alla mediazione dei conflitti verso l’alto, cioè verso quel punto dove è possibile rompere gli equilibri biopolitici che la metropoli postmoderna verifica continuamente nell’azione di governance che oramai contraddistingue la politica al tempo dell’Impero.

L’impresa, l’istituzione, la comune

I saperi minori nati e sviluppatisi nei Centri Sociali e nei luoghi liberati hanno creato strutture eccezionali sia sotto il profilo estetico che funzionale, hanno messo in piedi attività di pubblica utilità, hanno permesso a tutti di riappropriarsi di spazi resi marginali dallo sviluppo, hanno ridato un’anima a quartieri abbandonati al degrado, hanno insomma reso “ricche” – di senso, ancor prima che di qualsiasi altra cosa – quelle zone delle metropoli che si volevano condannate all’emarginazione. Non è strano, dunque, che i poteri pubblici – a partire dalle amministrazioni comunali – siano interessate non solo a costruire condizioni di dialogo con queste esperienze ma soprattutto a immetterle nel flusso generale della produzione politico-economica che loro stessi gestiscono, spesso indicando nelle potenzialità espresse dai Centri Sociali la capacità di mettere in campo forme di sussidiarietà sociale, insomma quel famoso “fare società” che nella governance non vuol dire altro che trasformare i punti di antagonismo in ammortizzatori del conflitto sociale.

Non bisogna accontentarsi allora della patente di “impresa sociale” che spesso, e certamente con ragione, viene rilasciata ai Centri Sociali in virtù della loro innegabile produttività, innanzitutto perché la dimensione, per così dire, imprenditoriale di un Centro Sociale nasce e si sviluppa nell’autonomia e nessun potere potrà mai arrogarsi il diritto di deciderne il prezzo; poi anche perché quella di impresa sociale, il partecipare cioè alla erogazione di servizi per la società, è una qualificazione che rende solo parzialmente la complessità della macchina biopolitica. Essa cioè ne rappresenta solo il lato produttivo, non certo quello più importante, e difatti, a causa di questa produttività, si inserisce facilmente nella generalità dei flussi metropolitani. Sebbene sia una dimensione spesso necessaria, ma non obbligatoria, quella dell’impresa sociale è dunque qualcosa da tenere bene a bada, non fosse altro per il flusso economico – i “soldi” insomma – che tende ad alimentare: il denaro va ricondotto senza residui alle esigenze del movimento, altrimenti rischia di diventare ben presto il principale responsabile del naufragio dell’esperienza, corrompendola e consegnandola al dominio dell’equivalente ovvero all’inutilità di ogni vera relazione biopolitica e comunista, la quale è sempre fondata sulla differenza e sulla distruzione del valore di scambio. Bisogna invece continuare a costruire e rivendicare radicalmente la propria potenza. Reclamare cioè il proprio essere una istituzione di contropotere territoriale. La differenza tra impresa e istituzione non è di poco conto, si converrà, anche se entrambe non sono prive di rischi. Nel primo caso è evidente il rischio di essere funzionale alla dinamica di potere metropolitano attraverso la “devoluzione” di alcuni servizi sociali che da pubblici diventano privati, invece di divenire sempre più parte del comune: il comune infatti fa incontrare le singolarità non eliminando le differenze, rompe il dominio del privato e il potere del pubblico e vive in una continua espressione di soggettività tendenzialmente proiettata verso una moltitudine per sé. Il compito, evidentemente, è quello di passare dall’impresa sociale all’impresa comune.

Nel secondo caso, invece, il rischio del divenire istituzione sta tutto nella possibilità che questa ha di fermare il processo costituente, appunto, e di configurarsi quindi come un potere bloccato su se stesso, cioè una forma di rappresentanza del movimento. Le istituzioni moltitudinarie allora non possono che essere definite da una loro continua riqualificazione politica la quale, ovviamente, passa attraverso la loro capacità di conflitto da tramutare in solide conquiste per tutti ma senza mai attestarsi su di esse. L’importante è essere sempre nella potenza e mai nel potere, questa mi pare in definitiva essere la regola aurea di ogni istituzione rivoluzionaria.

Se la dimensione-impresa sociale può creare le condizioni di una migliore qualità della vita per la città, la dimensione-istituzione è la garanzia materiale delle conquiste del Centro Sociale, cioè la difesa attiva di quelle e degli attivisti ma anche, quando è il momento, essa provvede all’attacco militante contro le strutture del biopotere. La terza dimensione che qualifica il Centro Sociale – dopo quella di impresa sociale e di istituzione proletaria – è la più importante, quella che si sottrae a ogni qualsivoglia valore del potere e del lavoro, quella che vive in modo inverso della distruzione della misura e dell’intensità delle relazioni biopolitiche che scatena, che produce ciò che è sommamente antiproduttivo per la cosiddetta società civile e cioè l’essere radicalmente altro, nel rifiuto di ogni regola dello Stato e, certamente, nella cospirazione gioiosa contro di esso. La terza dimensione è il centro, il “cuore” del Centro Sociale e di ogni luogo liberato, e possiamo chiamarla la comune. Non stiamo indicando ritorni ad esperienze controculturali né alludendo alla fondazione di nuove “città del sole”. Stiamo parlando del legame di fratellanza e sorellanza che unisce i militanti del Centro, dell’intelligenza collettiva che fa sì che ogni singolarità viva la propria potenza al solo livello possibile, quello della comunità di destino.

Stiamo dicendo, cioè, che l’organizzazione rivoluzionaria del XXI secolo si può solo fondare sulla messa in comune della soggettività e dalla separazione di questa comune dalla melassa della società civile. La società civile è un simulacro, e anche quella cosa che si chiama “il movimento” rischia a volte di esserlo se non viene partecipata dall’anima carnale delle comuni in lotta. E se l’impresa ha bisogno dei suoi manager e l’istituzione dei suoi (sub)comandanti, nella comune non vi sono individui ma singolarità disposte in un cerchio irregolare e senza centro alcuno, una costellazione di corpi in movimento che improvvisamente può diventare sciame e/o disperdersi nella moltitudine per ritornare insieme in forma differente ma più potente. Le comuni, intese in tal senso, sono anche quei luoghi che hanno permesso nel lungo periodo la continuità della soggettività sovversiva lungo una strada che è fatta pure di sconfitte, di tradimenti e di disperazione e che per mezzo delle comuni rinasce sempre come una fenice dalle mille teste. È nella dimensione-comune che ogni processo di organizzazione comincia, perché è lì che tramite gli incontri positivi si sviluppa la fiducia, ma specialmente è nella comune che i soggetti esprimono i propri affetti ed è da questi che nascono sempre le decisioni importanti. Può essere che un’impresa fallisca e che il potere distrugga le nostre istituzioni ma le comuni rimangono, anche quando non sono più visibili. Esse sono il corrispettivo militante dell’immateriale che egemonizza oggi la produzione della cooperazione sociale, un flusso di sovversione contro la metropoli capitalistica.

Tutto questo non significa affatto rinchiudersi su se stessi e nemmeno rifiutarsi sdegnosamente all’azione pubblica, tutt’altro. Significa aprire e allungare ancora di più le proprie reti e penetrare orizzontalmente nella trama biopolitica metropolitana per organizzare l’esodo, per strappare reddito alla rendita, per distruggere il biopotere e per costruire nuove amicizie nell’insorgenza collettiva. Dall’immateriale al materiale non c’è salto ontologico ma solo differenza di grado…

Ogni Centro Sociale diventa così l’attrattore strano di tutto ciò che è veramente importante nel caos creativo della metropoli contemporanea: le pratiche di libertà e di autonomia di una moltitudine ingovernabile, il desiderio organizzato della rivoluzione che viene.

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COMUNICATO STAMPA

Questa mattina una delegazione, in rappresentanza di alcuni gruppi ed associazioni, ha presentato alla segreteria del Sindaco di Pistoia un lettera firmata da oltre trecento cittadini fra studenti, lavoratori e pensionati, in cui si chiede all’Amministrazione Comunale l’apertura di un confronto sulla proposta di apertura di un Centro di aggregazione sociale autogestito, inteso come luogo dove le diverse espressioni culturali presenti nel nostro territorio possano operare e confrontarsi.

Il Centro che viene proposto vuole essere una struttura che dia spazio e strumenti per operare alle realtà del lavoro, dell’immigrazione, delle aggregazioni di base, dell’associazionismo spesso costrette a lavorare nella mancanza di strumenti, di spazi, e che potranno utilizzare questo progetto per confrontarsi attorno ad una idea forte di società diversa, a partire dalla sperimentazione di un luogo per il libero apprendimento del vivere in comune e in cui ognuno possa esprimere la propria singolarità.

Noi pensiamo ad uno spazio dove poter realizzare una molteplicità di progetti sulla base di un programma che si forma a partire dalle proposte dei soggetti diversi, attraverso un percorso condiviso da costruire mediante assemblee di gestione in cui ognuno possa sperimentare, dentro un quadro di autogestione, la propria capacità di praticare forme di democrazia diretta.

Non pensiamo solo ad un luogo suddiviso in stanze assegnate a realtà diverse e non comunicanti, ma ad uno spazio situato in una zona centrale della città e articolato in modo tale da consentire flessibilità di iniziative.

La proposta prende spunto dalla crisi crescente delle forme consolidate di partecipazione politica, mentre si afferma un mondo variegato e eterogeneo (volontariato, lotte e proposte per un ambiente vivibile e per la difesa della salute, associazioni antirazziste e della solidarietà) con modi nuovi di ripensare la partecipazione e l’azione politica, sperimentando strumenti per agire in prima persona sui problemi presenti nel nostro territorio.

Noi crediamo che l’Amministrazione Comunale debba cogliere l’esigenza di un Centro di aggregazione sociale come una opportunità importante e un fattore di ricchezza per la nostra città.

Di tutto questo parleremo con il Sindaco in un incontro che si terrà a breve in palazzo comunale.

Pistoia, 6 febbraio 2008

Coordinamento pistoiese per uno spazio sociale

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CONVOCAZIONE DI UNA CONFERENZA STAMPA

Giovedì 27 marzo alle ore 16, in Piazza Duomo sotto le Logge del Comune di Pistoia, si terrà una conferenza stampa sul problema degli spazi sociali a Pistoia a cui siete invitati a partecipare.

Il 6 febbraio u. s. fu consegnata alla Segreteria del Sindaco di Pistoia un lettera firmata da oltre trecento cittadini fra studenti, lavoratori e pensionati, in cui fu richiesta all’Amministrazione Comunale l’apertura di un confronto sulla proposta di un Centro di aggregazione sociale, inteso come luogo dove le diverse espressioni culturali presenti nel nostro territorio avessero la possibilità di operare e confrontarsi.

Il Sindaco delegò tutta la questione all’assessore Piero Giovannini che, nonostante le nostre frequenti sollecitazioni – a quasi due mesi dalla nostra richiesta – si è limitato a rispondere tramite la Segreteria che era inutile qualunque incontro fino a che il Comune, alle prese con un censimento sugli immobili di proprietà dell’Ente Locale, non avesse concluso questa operazione.

Poiché riteniamo che comunque l’assessore Giovannini avrebbe potuto/dovuto aprire un tavolo di confronto sulle nostre proposte senza rinviare alle calende greche tutta la questione, abbiamo convocato -come forma di protesta- la conferenza stampa presso il Palazzo del Comune e una assemblea pubblica sul tema degli spazi sociali che di terrà sabato 29 marzo alle ore 16 presso il CRAL Breda in Via Ciliegiole.

Pistoia, 26 marzo 2008

LABORATORIO METROPOLITANO

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Comunicato Stampa

Da tempo avevamo posto al Comune di Pistoia la richiesta d’uso di uno spazio per promuovere iniziative di carattere sociale, culturale e di solidarietà. L’incontro recente avuto con l’Amministrazione non ha avuto riscontri positivi malgrado la disponibilità e l’attenzione riscontrata; i perché non li conosciamo e al fine sono di fatto poco significativi. Abbiamo così deciso di affrontare il problema in modo diretto occupando, in modo pacifico, lo stabile di proprietà comunale nella zona est dell’aera ex-Breda, sul lato di Viale Pacinotti. E’ nostra intenzione fare le cose con decisa tranquillità e sin da ora ci dichiariamo disponibili ad incontrare chiunque, ma in primis il Sindaco, per trovare una soluzione anche formale al problema che noi poniamo con questa iniziativa.

Chi siamo e cosa faremo?

Siamo uomini, donne, studenti, lavoratori, associazioni e gruppi di lavoro sociale, presenze diffuse nel territorio, fuori da logiche partitiche, dalle lobby e dai poteri vari.

Questi edificio, da oltre dieci anni vuoto e abbandonato, è ovviamente in brutte condizioni, lavoreremo volontariamente per renderlo vivibile, pagheremo le eventuali utenze e siamo altresì disposti a concordare con il Comune un affitto, se pur simbolico.

Il nostro sarà uno spazio aperto a tutti, anzi invitiamo tutti a è partecipare; ognuno potrà portare le proprie idee e le sue energie per costruire questo nuovo momento aggregativo, centro di irradiazione di proposte di opposizione sociale e riferimento per chi vuole unirsi e trovare spazi liberi d’impegno.

Certo poniamo alcune semplici e chiare discriminanti di fondo e cioè: l’antifascismo, l’antirazzismo, la lotta contro la guerra, la difesa dell’ambiente e la solidarietà sociale.

Non vogliamo più delegare a nessuno la nostra rappresentanza.

Grazie per la pubblicazione.

GLI OCCUPANTI

OGGI SABATO 19 APRILE ALLE ORE 11.30 CONFERENZA STAMPA DAVANTI ALLA PALAZZINA DI VIALE PACINOTTI

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Comunicato Stampa

Come già apparso sulla stampa locale, il Comune di Pistoia ha provveduto ad affiggere sulla porta della palazzina occupata da sabato 19 aprile e situata in Viale Pacinotti, un’ ordinanza in cui si prevede lo sgombero, anche coatto, se entro tre giorni dall’affissione all’albo Pretorio la palazzina stessa non verrà lasciata volontariamente. Inagibilità dei locali e inadatte condizioni igieniche le motivazioni addotte. A tale proposito fin dal primo giorno di occupazione abbiamo fatto visionare i locali da parte di nostri tecnici di fiducia, che ci hanno segnalato le parti dell’edificio che garantivano stabilità e sicurezza e abbiamo provveduto a sbarrare le porte dei locali inagibili e a ripulire nella maniera più accurata le stanze usate per le nostre attività. Inoltre di ora in ora stiamo apportando migliorie per assicurare la completa fruibilità dell’ambiente.

In questi giorni oltre trecento persone fra uomini, donne, studenti, lavoratori, associazioni e gruppi di lavoro sociale hanno partecipato alle assemblee e alle iniziative con l’intento di consolidare un progetto comune per un uso diverso della città e del territorio. Nel frattempo si sono svolte cene sociali, rappresentazioni teatrali, gruppi di ascolto musicale e sono stati strutturati le commissioni di lavoro che dovranno dare attuazione alle numerose proposte emerse dalle assemblee: nocività ambientali, acquisto solidale, iniziative di solidarietà sociale, progetti di attività ludico-sportive (giocoleria, palestra autogestita), idea di una biblioteca autogestita.

Pensiamo che le motivazioni addotte nell’ordinanza siano facilmente superabili se da parte dell’amministrazione ci sarà disponibilità a considerare indispensabile per la città la messa a disposizione di uno spazio di autentica aggregazione sociale.

Come sempre siamo disponibili e pacifici, ma al contempo determinati a dare comunque continuità al percorso iniziato.

Oggi pomeriggio alle ore 15 si è svolto l’incontro che avevamo richiesto con il sindaco, dal quale non sono emerse novità sostanziali in merito al contenuto dell’ordinanza di sgombero. Tuttavia ci sono state alcune proposte che però non portano ad una soluzione immediata della vertenza in corso.

In Piazza Duomo a partire dalle ore 18 del giorno 23 aprile si svolgerà una festa con al centro la difesa dello spazio di Viale Pacinotti 9, dove alle 22 la festa continuerà con musica dal vivo e dj-set reggae-dancehall.

ASSEMBLEA DELLO SPAZIO LIBERATO BREDA-EST

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LA CITTA’ E’ LA NOSTRA FABBRICA

IL PERCHE’ DI UN’OCCUPAZIONE

Il 19 aprile del 2008 una cinquantina di persone hanno occupato una palazzina nell’area ex Breda. Fino al 28 aprile, giorno in cui l’amministrazione comunale ha deciso lo sgombero, quello spazio è stato, per le oltre trecento persone che hanno frequentato quel luogo, un laboratorio importante per un uso diverso della città e del territorio: la testimonianza che anche nella sonnolenta Pistoia esiste un mondo ricchissimo di resistenze e aspirazioni, di bisogni e di sofferenze che non sono né rappresentate né rappresentabili dal punto di vista istituzionale.

L’occupazione non è stata la pura e semplice rivendicazione di uno spazio per esprimersi e neppure un gesto esemplare. Si è trattato invece di rendere visibile una ricca soggettività presente in città e che nell’esercizio immediato di un potere ha determinato uno “stato di eccezione dal basso”, aprendo nei fatti un percorso che ha svuotato di senso le istituzioni territoriali del potere, per affermare che la città è un bene comune dove è possibile esercitare forme di democrazia diretta e dove produrre socialità e solidarietà.

L’epoca che stiamo vivendo è caratterizzata da una pesante crisi di accumulazione di capitali, che ha prodotto l’estensione dello sfruttamento dai luoghi di lavoro all’intera società mediante l’occupazione di tutti gli spazi del sociale, attraverso la privatizzazione dei beni e dei servizi comuni. Non solo il lavoro materiale, ma anche la mente e il tempo di vita sono diventati fattori produttivi. Infatti sempre più lo sfruttamento avviene mediante l’espropriazione di tutto ciò che è comune e i beni collettivi come acqua, terra, aria, sanità, pensioni, comunicazioni, trasporti, energia, educazione sono assoggettati ai diritti di proprietà e/o orientati verso l’interesse privato: la vita tende ormai ad essere integralmente investita dagli atti della produzione e della riproduzione. In sintesi è la vita sociale nel suo complesso che costituisce sempre più una macchina produttiva.

Tutto il territorio è ormai diventato una grande fabbrica in cui si producono continue emergenze sociali determinate dalle nocività, dalla precarietà del reddito e dei servizi sociali, dalla distruzione dei beni collettivi fondamentali, dal predominio del capitale finanziario e della rendita fondiaria e immobiliare.

L’occupazione della palazzina nell’area ex Breda è stata un primo atto di resistenza contro questi processi di privatizzazione, un tentativo di andare oltre il pubblico e il privato, un atto che allude alla necessità di rendere comuni tutti i beni collettivi presenti nello spazio urbano.

Costruire la città come spazio pubblico significa svuotare progressivamente di senso le istituzioni territoriali del potere, per riempire i vuoti così determinati con una nuova istituzionalità dal basso.

Attualmente è aperto un tavolo negoziale con il Comune di Pistoia che è importante per cercare di conseguire risultati concreti e stabilizzare l’aggregazione sociale che si è determinata. Un passaggio inevitabile per essere poi in grado di agire sugli assetti e gli equilibri della vita sociale della città. Questo non significa che si va verso l’istituzionalizzazione dell’occupazione: si tratta invece del tentativo di tenere aperto, nel quadro del rapporto tra questo movimento e il sistema dei poteri locali, lo spazio per la crescita soggettiva e per la traformazione sociale e per dotarsi degli strumenti necessari per una maggiore capacità ricompositiva e di più filo per tessere nuove e più ampie relazioni sociali per la costruzione della città in comune. 

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COMUNICATO STAMPA

RIAPRE LO SPAZIO LIBERATO EX BREDA EST

Dopo una lunga trattativa, a oltre due mesi dallo sgombero della Palazzina F nell’area ex Breda (28 aprile), venerdì 4 luglio abbiamo stipulato con la Spes SpA (ex case popolari) un comodato d’uso che ci consente, in via provvisoria e in attesa di una sede definitiva, di riaprire lo Spazio Liberato ex Breda est. Questo segna un passaggio importante non solo per coloro che di questa vicenda sono stati protagonisti, ma per tutti/e quelli/e che nella nostra città avvertono la necessità di un luogo da autogestire liberamente fuori dalle logiche del profitto e dello sfruttamento, dove sviluppare analisi e critica dell’esistente e delle sue trasformazioni.

La riapertura “ufficiale” della Palazzina F avverrà lunedì 7 luglio alle ore 18; sarà un ingresso inusuale, visto che il Comune aveva provveduto a saldare la porta e ad alzare dietro di essa un muro.

Alle ore 21 si terrà un’assemblea per organizzare il lavoro nei mesi di luglio e agosto e per tracciare il percorso da intraprendere dopo l’estate.

Oltre che di idee e saperi lo Spazio Liberato avrà bisogno di alcuni interventi di risistemazione (imbiancatura, piccoli lavori in muratura, arredamento ecc.). Anche per questo ci sarà bisogno da subito di tutto e di tutti/e.

Pistoia, 5 luglio 2008

Spazio Liberato ex Breda est

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COMUNICATO STAMPA

Pistoia, 7 luglio 2008

RIAPERTO A PISTOIA LO SPAZIO LIBERATO EX BREDA EST 

Dopo oltre due mesi dallo sgombero della Palazzina F nell’area ex Breda (28 aprile) siamo giunti finalmente il 4 luglio alla firma con la Spes SpA (ex case popolari) del comodato d’uso che ci ha consentito di riaprire lo Spazio Liberato ex Breda est.

Come già scrivevamo, in un volantino diffuso nel mese di maggio, la trattativa con il Comune ha avuto come unico fine quello di giungere alla riapertura di uno spazio fondamentale per la crescita collettiva, un luogo da autogestire liberamente fuori dalle logiche del profitto e dello sfruttamento dove sviluppare analisi e critica dell’esistente e delle sue trasformazioni, uno strumento necessario per tessere più ampie relazioni con le realtà sociali, politiche e culturali presenti nel nostro territorio.

Riprendiamo il lavoro là dove, in modo forzato, fummo costretti ad interromperlo, ribadendo ciò che abbiamo detto fin dall’inizio di questa esperienza e cioè che la Palazzina F non vuole essere un luogo dove si coltivano vecchie o nuove identità, ma dovrà avere come sua caratteristica principale quella di uno spazio inclusivo, aperto a tutti coloro (singoli, gruppi, associazioni) che condividono – all’interno di un percorso di autogestione e di autorganizzazione – alcune discriminanti di fondo quali l’antirazzismo, l’antifascismo, la lotta contro la guerra, la difesa intransigente dell’ambiente e del territorio, la solidarietà sociale, la lotta al patriarcato. Già durante i dieci giorni di occupazione avevamo messo in cantiere (e in parte anche sperimentato) alcuni progetti che andavano dall’intervento contro le nocività ambientali alla ciclofficina, dalla lotta alla precarietà alla giocoleria, da alcune iniziative di solidarietà sociale alla palestra autogestita, dall’acquisto solidale alle rappresentazioni teatrali, dalla biblioteca autogestita ai gruppi di ascolto musicale. Da qui ripartiamo, nella convinzione che altri soggetti daranno il loro contributo di idee e di impegno ad un percorso appena abbozzato e che presenta indubbie difficoltà, ma che potrà innescare un importante processo di sperimentazione collettiva e di innovazione se ciascuno saprà mettere a disposizione dell’altro le proprie abilità e i propri desideri.

Lo Spazio Liberato ex Breda est, che oggi ha riaperto, oltre che di idee e saperi, ha bisogno ancora di molti lavori di risistemazione (imbiancatura, piccoli lavori in muratura, arredamento ecc.) e anche per questo c’è bisogno di tutto e di tutti/e.

Vi aspettiamo.

 Assemblea dello Spazio Liberato ex Breda est

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O G N I P A Z I E N Z A

H A U N S U O L I M I T E !

Ogni pazienza ha il suo limite, diceva Totò, e la pazienza è ormai finita. Così le batoste arrivano puntuali come le sciagure. Attacco ai salari e alle pensioni, aumento scandaloso dei prezzi e delle tariffe (luce, gas, acqua, rifiuti), negazione dei beni comuni e attacco ai servizi pubblici primari, mentre cresce la precarietà, l’emarginazione e le povertà, nel segno delle politiche anti-sociali e fascistoididel governo di Berlusconi Silvio.

Così il sistema del capitale, in piena confusione per la devastante crisi finanziaria che l’attraversa, scarica i suoi costi sulla vita delle moltitudini sfruttate ed oppresse, come successe nel 1929.

Due comportamenti ora si pongono e da cui comunque non si può scappare: chinare la testa e subire in silenzio od opporsi con determinazione e coraggio.

I sindacati istituzionali ormai fanno solo le moine e compromessi con il potere, buoni sì per andare nelle televisioni, ma di fatto inutili per cambiare lo stato delle cose.

Oggi si pone il problema di dare risposte concrete e non di chiacchierare a vuoto, visto che se non siamo noi stessi in prima persona ad organizzare l’opposizione, nessuno lo farà certo per noi.

Quindi nuove forme organizzative, autonomia, niente più deleghe, per poter esprimere il dissenso ed aprire una nuova stagione di conflitto sociale, ampia, diffusa ed articolata sul territorio.

Noi proponiamo luoghi e spazi diversi d’incontro e discussione: assemblea autorganizzata dei lavoratori, camera del lavoro sociale, aggregazioni operaie e quant’altro uscirà da una comune discussione.

Così chiediamo impegno, così chiediamo di rimettere in discussione tutto, chiediamo di usare le intelligenze di molti, qualche sacrificio di tempo, rubato magari al rincoglionimentoche ci propina quotidianamente la Rai o Mediaset.

Ci sono piccole realtà di resistenza, ma sono spesso isolate, frammentate e a volte inespresse che vanno unite in un percorso di che risponda alle devastanti politiche neo-liberiste sul piano sociale e ambientale.

Di questi problemi vogliamo parlare con chi li sente propri, con chi ha dubbi, con chi è stanco di subire, con chi sente la voglia della ribellione, con chi vorrebbe mandare al diavolo tutto questo sistema, ma crede d’essere solo.

L’appuntamento è per

VENERDI 10 OTTOBRE ALLE ORE 21.15 NELLA SALA DELLO SPAZIO LIBERATO DELLA PALAZZINA F DELL’AREA EX-BREDA

(viale Pacinotti n.9) PISTOIA

L’incontro è organizzato per discutere di questi temi e per preparare lo

SCIOPERO GENERALE E GENERALIZZATO DEL 17 OTTOBRE 2008,

INDETTO DAL SINDACALISMO DI BASE

verrà introdotto da

Vincenzo Miliucci della Confederazione Nazionale Cobas

Maurizio Barselladella Confederazione Unitaria di Base

LABORATORIO METROPOLITANO

per l’opposizione sociale

A CURA DELLA CONFEDERAZIONE COBAS

DA AFFIGGERE ALL’ALBO SINDACALE AI SENSI DELLA L. 300/70

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AL SINDACO DI PISTOIA DOTT. RENZO BERTI

APPELLO 2009

Lo Spazio Liberato ex Breda est, operativo da quasi due anni nella nostra città, sta vivendo in una situazione di precarietà a causa del previsto sfratto che avverrà entro maggio del prossimo anno.

Attualmente è in vigore un comodato d’uso relativo alla Palazzina F di proprietà del Comune, situata nell’area ex Breda, che a breve dovrà essere ristrutturata per la costruzione di appartamenti da dare ad affitto agevolato a giovani coppie.

Nell’aprile del 2008, a seguito di un incontro con il Sindaco e la Giunta comunale, fu garantita la continuità dell’esperienza mediante la ricerca, in tempi brevi, di una sistemazione definitiva. A questo fine fu istituita una commissione che però, dopo una prima riunione, non è mai diventata operativa.

In questi anni i giovani dello Spazio hanno risistemato a proprie spese i locali della Palazzina e avviato nei locali molte attività che hanno coinvolto centinaia di giovani e meno giovani pistoiesi.

Oltre alle attività culturali (sperimentazione teatrale e musicale) si sono svolte nello Spazio importanti iniziative sociali, come il sostegno concreto ai lavoratori della Radicifil e dell’Answers, ai terremotati dell’Abruzzo, ai bambini palestinesi della striscia di Gaza. Sono inoltre stati effettuati corsi di musica e di teatro (vedi, ad esempio, gli incontri con il Living Theatre), mostre di pittura e di fotografia, cicli di film, convegni e seminari.

Poiché crediamo che una società pluralista debba essere aperta al confronto di idee e progetti diversi noi, sottoscrittori del presente appello, pensiamo che sia importante dare continuità ad un’esperienza che nella sua pratica si è posta come concreta alternativa all’industria culturale dominante, fornendo a tanti soggetti un luogo in cui incontrarsi, partecipare e condividere esperienze culturali e sociali. Per tutti questi motivi chiediamo al Sindaco e alla Giunta comunale di:

  1. Trovare una sistemazione stabile e definitiva per lo Spazio Liberato;

  2. Stabilire un calendario di incontri in tempi ravvicinati, in modo da impedire misure di sgombero o altre forme di evacuazione forzata.

Paolo Albani (artista) / Rossella Baldecchi (artista) / Martino Baldi (poeta) / Elio Capecchi e i Tarabaralla (gruppo musicale) / Roberto Carifi (poeta) / Alessandro Ciantelli (artista) / Massimo Biagi (pittore) / Bomba Bomba (gruppo musicale) / Emiliano Degl’Innocenti (musicista) / Simone Gai (attore-presentatore) / Maurizio Geri (musicista) / Giorgio Giacomelli (artista) / Raffaello Gori (pittore) / Giorgio Lima (Presidente Centro di Documentazione) / Giuliano Livi (Presidente dell’accademia del Ceppo) / Aldo Lurci (pittore) / Matteo Magni (musicista, DJ) / Galeazzo Nardini (artista) / Cristiano Pacini (musicista) / Paolo Parigi (medico) / Luigi Scardigli (scrittore) / Aladino Sforzi (artista) / Siliano Simoncini (pittore-artista) / Paolo Tesi (pittore-artista) / Giacomo Trinci (poeta) / Maurizio Tuci (esperto d’arte)

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SPAZIO LIBERATO EX BREDA EST

Viale Pacinotti, 9 Pistoia

DUE GIORNI DI ASSEMBLEA PER UNO SPAZIO DA AUTOGESTIRE

Sabato 27 settembre ore 15,30 – 19,00

Domenica 28 settembre ore 9,30-12,30 e 15,30-19

PREMESSA

Lo Spazio Liberato ex Breda est nasce dall’esigenza di alcune associazioni, gruppi di base, singole soggettività – diverse fra loro per storia, culture, esperienze di lotta (vedi ad es. le vertenze sul territorio pistoiese contro la nocività, la precarietà del lavoro e dell’ esistenza, a difesa della salute e dei beni comuni), campi di interesse e di impegno – di dotare il nostro territorio di un centro di aggregazione sociale inteso come luogo dove diverse espressioni culturali e/o politiche possano operare e confrontarsi.

Il percorso che dalla fine dello scorso anno ci ha condotto alla convocazione dell’ assemblea del 27 e 28 settembre prende avvio sia dalla necessità di un collegamento e di un rafforzamento delle tante esperienze di lotta e di iniziative culturali per una città non nociva, accessibile e liberata dalle ragioni del mercato e degli affari. che dalla presa di coscienza della crisi delle forme consolidate di rappresentanza politica, culturale e sociale che ha prodotto , anche a Pistoia, un mondo variegato ed eterogeneo di gruppi ed associazioni (volontariato, lotte e proposte per un ambiente vivibile e per la difesa della salute, gruppi di lavoro, e di intervento sul piano culturale e/o politico attraversato da modi nuovi di ripensare la partecipazione e l’azione politica) sperimentando strumenti per agire in prima persona sul terreno politico, culturale e sociale.

Tutto questo è stato il prodotto di trasformazioni e crisi che hanno investito tutti i Paesi a livello globale ( e quindi anche la nostra città e il nostro territorio) quali la distruzione dei beni comuni fondamentali per la vita (acqua, salute, aria, paesaggio), la diffusione delle nocività dei cicli produttivi ( amianto alla Breda, incenerimento dei rifiuti, vivaismo e agricoltura chimicizzata ) e il conseguente aumento delle malattie e delle morti per cancro cui il sistema socio economico risponde con l’ azzeramento delle politiche di prevenzione e la liberalizzazione della sanità, la predominanza delle ragioni del mercato immobiliare e della rendita fondiaria, la precarizzazione e la flessibilizzazione del lavoro con la contemporanea crescita dell’ importanza dei servizi alla produzione e dei servizi locali ( acqua, energia, gas, rifiuti) nella formazione del profitto, i processi migratori verso i paesi industrializzati.

Tentare di ricondurre ad unità questo variegato mondo utilizzando categorie valide in un’altra epoca ,caratterizzata da un diverso assetto produttivo e sociale, sarebbe una operazione che astrae dalla realtà materiale in cui viviamo e di conseguenza inutile, se non dannosa, per i movimenti che caratterizzano questa epoca.

Il problema reale per chi ha costruito lo Spazio Liberato era ed è, invece, quello di mettere a disposizione delle varie realtà (del lavoro, dell’ immigrazione, delle aggregazioni di base e dell’ associazionismo , delle soggettività non pacificate spesso costrette a lavorare nella mancanza di strumenti o di spazi), un luogo dove sperimentare pratiche libere ed orizzontali di socializzazione e di conflitto rispetto alla distruzione degli spazi collettivi e della città pubblica, alla diffusione di nocività, alle molteplici precarietà, ai nuovi “fascismi”. Uno spazio aperto a collaborazioni e contaminazioni politiche, culturali e artistiche. Un luogo per il libero apprendimento del vivere in comune e in cui ognuno possa esprimere la propria soggettività.

Naturalmente pensiamo che questo spazio non sia un punto di arrivo che si esaurisce in se stesso, un’ isola felice da difendere come un fortino assediato. Crediamo invece che esso possa vivere, rinnovarsi, alimentarsi di continua linfa solo se lo si considera come un punto di partenza da cui rivolgersi all’esterno, alla città, al territorio e alle sue differenti geografie sociali, alle lavoratrici e ai lavoratori, ai migranti. Un luogo dove condividere e costruire collettivamente saperi e conoscenze, un luogo di analisi e di critica dell’esistente e delle sue trasformazioni; un luogo dove realizzare una molteplicità di progetti sulla base di un programma che si forma a partire dalle proposte di soggetti diversi, attraverso un percorso condiviso, da costruire mediante assemblee di gestione in cui ognuno possa proporre (in un quadro di autogestione e di autofinanziamento), iniziative, lotte, vertenze, feste, dibattiti, spettacoli, mostre, proiezioni cinematografiche ecc. Quindi lo Spazio Liberato come luogo dove si sperimentano e si approfondiscono percorsi politici, sociali, culturali ed artistici ma che, dallo Spazio stesso, si aprono al territorio in un rapporto di scambio reciproco.

Affinché lo Spazio Liberato possa concretamente svolgere questo ruolo è necessario che le differenze ( di storie personali e collettive, di sensibilità, di percorsi politici e culturali) vengano valorizzate ed assunte come ricchezza collettiva e non come problema. Solo all’ interno di questo paradigma è oggi data l’ apertura di percorsi conflittuali di trasformazione politica, culturale e sociale.

E’ necessario quindi deporre ogni tentazione di ricondurre il molteplice ad unità, a favore dell’inclusività di questo luogo; perché solo questa presa di coscienza può essere il motore per il superamento del dominio del privato e del potere pubblico, mediante l’apertura di percorsi per la città in comune; la città di tutte e di tutti, la città come bene collettivo e luogo pubblico.

L’altro pericolo che incombe su una realtà/esperienza come la nostra e che va rifuggito (al pari della tentazione di ricondurre il molteplice ad unità) è la trasformazione di questo luogo in un semplice/mero ammortizzatore sociale che lo condurrebbe ad essere un’appendice del potere costituito.

Per tutti questi motivi lo Spazio Liberato non vuole essere, né diventare, un luogo chiuso e autoreferenziale né un circolo ricreativo , ma essere luogo di confronto in cui tutte le iniziative prese all’ interno anche da singole associazioni e gruppi non facenti organicamente parte dello Spazio stesso, devono passare attraverso la condivisione assembleare.

Il rifiuto di essere un luogo autoreferenziale dove si celebrano vecchie identità, invece di rinnovarle e renderle vive e attuali, la volontà di valorizzare le differenze, l’ inclusività delle proposte, il riconoscimento dell’ altro come ricchezza e non come limite, significa anche porre una serie di discriminanti nei confronti di coloro che a questi valori si oppongono. Il patrimonio genetico dello Spazio Liberato dovrà quindi essere caratterizzato dalla lotta al razzismo (in tutte le sue forme), al fascismo (inteso come strumento per massimizzare con violenza totalitaria il profitto a scapito del lavoro), alla guerra, al patriarcato ed alla distruzione dell’ ambiente e del territorio.

LA SITUAZIONE ATTUALE

Attualmente nello Spazio Liberato sono stati resi agibili solo alcuni spazi collettivi e ad altri si sta lavorando sulla base delle esigenze espresse dai singoli gruppi e associazioni che già vi operano. In tempi brevi si prevede di attivare una piccola biblioteca (o centro informativo/culturale) dove consultare materiali culturali, politici e sociali sia dello Spazio che di realtà affini ad esso; una sala cinema; una o due sale per mostre o laboratori artistici e teatrali; una sala di insegnamento e apprendimento per italiani e/o migranti che preveda corsi di lingua italiana e anche di arte, ecologia ecc.); una stanza per eventuale dormitorio d’emergenza; una stanza cucina per organizzare cene conviviali di socializzazione e autofinanziamento; una sala prove per gruppi musicali.

E’ emersa inoltre la necessità di documentare le attività dello Spazio con materiale cartaceo e fotografico, audio-video, e di mettere al più presto a punto un sito internet dove raccogliere questo materiale e propagandare le iniziative dei gruppi e delle associazioni che partecipano alla gestione dello Spazio.

Oltre alla programmazione di breve periodo è stata sottolineata la necessità di lavorare anche a progetti di più largo respiro come quelli già proposti dall’ Associazione Culturale vdg25.org ( performances urbane e teatro; letteratura e poesia, arti visive ecc.) e l’ attivazione del gruppo di Acquisto Solidale, che oltre ad essere uno strumento mediante il quale si accorcia la filiera di distribuzione del cibo, si configura come una occasione importante per riflettere su ciò che “gira” nei nostri piatti.

Sono molte, infine, le proposte per l’utilizzo di spazi da parte di diversi gruppi artistici/musicali e già lo Spazio Liberato è stato operativo in questo senso. Queste attività sono sicuramente impotantissime sia per la socializzazione che per l’ autofinanziamento, ma contemporaneamente è stata sottolineata la necessità di caratterizzare sempre più gli eventi artistici e/o musicali anche come momento di crescita delle competenze, in modo che i partecipanti si trasformino, da semplici fruitori, in “attori consapevoli”. Questo mediante incontri con i gruppi, materiali informativi e formativi di descrizione dei vari percorsi artistici/musicali. Feste e cene dovranno inoltre essere caratterizzate da raccolte di fondi che, oltre ad essere finalizzati alla gestione dello Spazio, saranno in parte devoluti come sostegno ad altri soggetti che si muovono con finalità analoghe, nel nostro o in altri territori.

Con questa premessa invitiamo tutti gruppi, le associazioni, i singoli che condividano questo percorso appena abbozzato, a partecipare all’ Assemblea che si terrà il 27 e 28 settembre riempiendo lo Spazio Liberato non solo con i propri corpi ma con idee, desideri, progetti contro chi ci vuole asserviti alle logiche del profitto, della privatizzazione e dello sfruttamento di uomo e natura, per creare uno spazio aperto a tutta la città. Spazio dove sperimentare e mettere in campo le proprie abilità e da autogestire liberamente senza padroni né padrini, lontano dal circolo vizioso del denaro. Un luogo di socialità e di crescita collettiva. Uno spazio in comune dove far crescere l’altra città; quella solidale e partecipata, con l’idea chiara che se si vuole veramente costruire una società diversa è necessario cominciare a sviluppare, qui ed ora, forme embrionali di ciò che vogliamo.

PROPOSTA PER L’ASSEMBLEA DEL 27 E 28 SETTEMBRE

Come assemblea dello Spazio Liberato ex Breda est proponiamo di dedicare la prima parte dell’assemblea plenaria di sabato 27 alla discussione di quanto esposto in premessa, per poi passare alla individuazione di gruppi di lavoro da rendere operativi la mattina del giorno successivo (domenica 28 settembre dalle ore 9,30 alle ore 12,30) dedicando il pomeriggio (ore 15,30-19,00) alla restituzione e alla discussione in assemblea plenaria di quanto elaborato dai singoli gruppi.

Nelle nostre intenzioni i gruppi di lavoro dovrebbero essere finalizzati non a costruire impossibili sintesi politico-culturali, bensì a rendere operativa l’assemblea mediante l’apertura di un confronto che serva a proporre iniziative, percorsi di lotta e eventi e ad analizzare le modalità di gestione dello Spazio Liberato in relazione alle esigenze e ai campi di interesse dei singoli, dei gruppi, delle associazioni.

Proponiamo di seguito anche alcuni possibili gruppi di lavoro sulla base di quanto emerso, e in parte reso operativo, fino ad oggi all’interno dello Spazio Liberato. Naturalmente l’assemblea di sabato 27 settembre ne potrà proporre altri e, eventualmente, riarticolare l’intera proposta.

Proposta di gruppi di lavoro.

  • Precarietà del lavoro e della vita ed eventuale attivazione di uno sportello di consulenza sindacale e legale;

  • Ambiente e territorio (nocività, rendita immobiliare, ecc.);

  • Eventi politici e/o culturali (musica, teatro, cinema, poesia, presentazione di libri ecc.);

  • Attivazione della Biblioteca dello Spazio Liberato e sua gestione;

  • Modalità di comunicazione (sito internet, foglio volante, ecc.);

  • La questione dei migranti e possibili interventi (alfabetizzazione, sportello legale, ecc.);

  • Conflitti urbani e controllo sociale.

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Breve relazione dell’incontro preparatorio di un’assemblea cittadina sul tema della gestione dei rifiuti (11 settembre 2012, C/o la Libera Officina di Pistoia)

Presenti: Raffaele Bertini, Alessandro Romiti, Cristian Boeri, Lia Frosini, Riccardo Capecchi, Sivia Marengo, Alessandro Vicentini, Claudio Chiti, Marco Beneforti, Fabrizio Bertini, Andrea Giardina, Ronny Galvez, Alessio Bartolini, Mira Contini, Adele, Lorenzo Cristofani.

Elementi essenziali condivisi: promuovere una proposta alternativa rispetto alla pianificazione avanzata dalle province nell’ambito della gestione dei rifiuti nell’ATO Toscana Centro, fondata sulla immediata cessazione della pratica dell’incenerimento (perché fortemente impattante sulla salute umana e sull’ambiente e dissipativa di risorse), sulla riduzione e sul recupero della materia, sulla necessità di mettere al bando l’usa e getta e di riprogettare i beni che presentano difficoltà di recupero di materie prime seconde al termine della loro vita.

I presenti considerano la raccolta differenziata porta a porta con tariffazione puntuale il mezzo più efficace per una riduzione dei rifiuti ed un corretto recupero di materie prime seconde, a condizione che ad essa sia associata una rete locale (distretto) di attività produttive in grado di massimizzare l’efficienza nel recupero della materia con tecnologie a basso impatto ambientale (e capace di generare anche posti di lavoro e utilità economica). Considerano inoltre fondamentale il coinvolgimento delle categorie economiche produttive (artigiani, industriali e agricoltori), alle prese con costi di smaltimento degli scarti e pratiche burocratiche sempre più onerose, che non incentivano comportamenti virtuosi.

I presenti considerano l’Alterpiano, che trae ispirazione dalla strategia Rifiuti Zero, la sintesi più avanzata, ancorché ulteriormente implementabile, di proposta radicalmente alternativa al P.I.R. proposto dalle tre province dell’ATO Toscana Centro (Firenze, Prato e Pistoia).

Proposte: dal dibattito emergono almeno tre proposte:

  1. Organizzare un’assemblea cittadina a Pistoia (se possibile nella sala maggiore del Palazzo Comunale) da prevedersi fra la fine di ottobre e l’inizio di novembre (in modo da avere sufficiente tempo per la sua preparazione), con una finalità divulgativa/informativa (illustrare le nostre proposte in contrapposizione ai contenuti del P.I.R.) e una finalità politica: chiamare gli amministratori locali, e in primo luogo quelli del comune capoluogo, ad esprimersi con chiarezza sulla scelta inceneritorista che sottende il piano delle tre province. Una prima ipotesi di scaletta potrebbe essere la seguente (interv. brevi, es. 15’’):

  • Impatto sulla salute dei termovalorizzatori Patrizia Gentilini o altro medico che si è occupato della problematica

  • Strategia Rifiuti Zero Rossano Ercolini

  • Alterpiano Fabrizio Bertini

  • Esperienza/e di azienda virtuosa nel settore del recupero della materia, commercializzazione di prodotti senza imballaggi, riparazione e riutilizzo ecc. da definire

  • Dibattito al quale sono ovviamente invitati a prendere parte amministratori, operatori economici, associazioni e cittadini.

  1. Nel caso (probabile) che il P.I.R. sia approvato prima della suddetta iniziativa prevedere l’organizzazione di una conferenza stampa a Pistoia, con una delegazione rappresentativa delle organizzazioni in indirizzo, nella quale siano illustrate le ragioni della nostra avversità e le nostre proposte alternative.

  2. Prevedere uno o più incontri con le categorie economiche pistoiesi (a cominciare dal comparto dell’artigianato) per ricercare convergenze su obiettivi e strategie volte alla riduzione dei rifiuti ed al recupero di materie prime seconde.

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